Sono uno sviluppatore
«Sono uno sviluppatore» o «lavoro nello sviluppo»? Una è identità, l'altra è mansione. L'agente si prende la mansione e ti restituisce il mestiere.
C'è una domanda che butto lì in sala, e quasi sempre spiazza: quando ti chiedono che lavoro fai, tu rispondi "sono uno sviluppatore" o "lavoro nello sviluppo software"? Detta così sembra la stessa frase in due modi. "Sono" è una cosa che sei. "Lavoro nel" è una cosa che fai. Tienila da parte, questa differenza: torna alla fine.
Perché prima di sapere cosa l'agente ti porta via, conviene mettere a fuoco qual è davvero il lavoro. Uno sviluppatore cos'è? È qualcuno che prende l'intento di una persona, di un'azienda, e lo trasforma in impatto. Detta così è astratta. Nel concreto vuol dire che il cliente ti arriva e dice "voglio una roba che fa questo e questo", e quasi mai ti spiega qual è il problema. Il problema lo scavi tu: capisci il dominio in cui ti muovi, capisci di cosa ha bisogno davvero, e solo dopo scrivi il codice. Dalle schede perforate a Claude Code, questo pezzo non si è mai mosso.
Quello che si è mosso sono le proporzioni. Fino all'altro ieri scrivere il codice era l'ottanta per cento del tempo, e capire il problema il venti. Oggi quell'ottanta può andare a zero: descrivi la soluzione a parole, e a scriverla in Python o in JavaScript ci pensa l'agente. Resta il venti. Resta la parte che era sempre stata la più importante, e che facevi di fretta perché il resto del tempo te lo mangiava la tastiera.
E qui si vede cosa si prende la macchina. Si prende il compito ripetibile, la parte che si conta in righe al giorno, la velocità. Per anni la velocità è stata il tuo vantaggio: consegnavi prima degli altri. Adesso chiunque abbia l'agente tiene la tua stessa andatura, e quell'andatura è diventata il minimo sindacale. Quello che non diventa roba da tutti è l'altro pezzo: capire il problema, conoscere il dominio, decidere. Il giudizio.
Ed è qui il ribaltamento. La cosa che sembra una perdita, l'ottanta per cento di lavoro che se ne va, è quella che ci ha ridato più mestiere di tutte. Il mestiere originario del programmatore è sempre stato prima capire il problema, poi capire come risolverlo, e per ultimo declinarlo in codice. Per decenni quell'ultimo passo si è preso la scena e ci ha convinti che il mestiere fosse quello. Adesso che a scriverlo è l'agente, ti riprendi i primi due. È roba che doveva già esserci: la usavamo solo meno.
Però non è la stessa storia per tutti: dipende da dove ti eri appoggiato. Se per te scrivere codice era una vocazione, la cosa che ti faceva sentire vivo, quello che stai perdendo è proprio quello, e fa male: ti tocca rifare pace con cosa vuol dire "artigianato" quando la materia cambia. Se scrivere codice era la tua mansione, il tuo vantaggio era arrivare primo, e adesso quel vantaggio ce l'hanno tutti. Da qualunque lato lo guardi, la parte che ti tiene a galla è la stessa: quello che porti e che nel codice non c'è.
E allora torniamo alla domanda dell'inizio. "Fai il" o "sei un". Se ti sei sempre definito per il titolo, per il compito che torna uguale ogni giorno, sappi che è il primo pezzo che la macchina si prende. Se ti tieni il mestiere, quello che sta sotto al titolo, la macchina quello non te lo tocca: lo amplifica. Nessuno ti chiede di scegliere oggi. Ma la prossima volta che qualcuno ti domanda che lavoro fai, ascolta bene come rispondi.
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